Le tre fasi del fotografo analogico
La mappa del viaggio
C’è qualcosa che ad un certo punto ci stimola a partire. Un libro sfogliato per caso, una stampa vista in una mostra, un’esperienza o dei ricordi di una persona cara. Quel momento è sempre emotivo, potente, e parla alla parte più personale di noi stessi. E non si ferma più.
Dopo anni di confronto con altri fotografi analogici, e con l’occasione di confronto con i partecipanti di talks, ho notato che da quel primo impulso in poi il percorso tende a seguire un ritmo simile. Non uguale per tutti, non obbligato, non lineare. Ma riconoscibile.
Tre fasi che si ripetono, si sovrappongono, a volte si saltano. C'è chi le attraversa tutte, chi si ferma alla prima ed è perfettamente a posto così, c'è chi ci torna dentro dopo anni, o le percorre in qualche modo in senso inverso.
Più che un percorso è una mappa. E come tutte le mappe, serve solo se ti ci riconosci.
Fase 1: La Sfregola
Lo store di Shinjuku Kitamura Camera, a Tokyo, Giappone.
Don McCullin in the Philippines, November 1986, photographed by Alex Bowie
La sfregola è quella cosa che ti prende quando hai capito che ti piace da morire una cosa ma non sai da che parte incominciare. Anzi, lo sai benissimo da che parte iniziare, perché la prima cosa che hai fatto dopo aver visto quella meravigliosa foto è andare a cercare l’attrezzatura fotografica con la quale era stata scattata.
Oppure può funzionare al contrario. Sai benissimo che quella macchina fotografica è stupenda e semplicemente SAI che averla significa già essere a metà dell’opera. Per alcuni è una motivazione sufficiente per essere già contenti così, per altri è l’inizio di un sodalizio con una compagna che ti porterai accanto una vita, almeno fino a quando…non ti molla lei.
Ma la fase della sfregola, come dicevamo, è una di quelle fasi che può perdurare per sempre, e di solito è accompagnata dalla sua gemella, la GAS (Gear Acquisition Syndrome).
Hai visto quella Nikon F che aveva al collo Mc Cullin nelle sue fantastiche fotografie in bianco e nero, ce l’ha quel negoziante e non la puoi perdere. La devi avere, ti serve. Poco importa se ancora non hai capito come funziona… sicuramente lo capirai dopo.
Ma questa è una 35mm, e se volessi fare delle foto di moda? C’è una Mamiya RZ che hai visto su instagram usare da tutti i fotografi di moda, e alla fine la compri. Caspita se pesa! … Ancora non sai nemmeno se funziona e ti servono delle luci, come fai altrimenti? L'entusiasmo è altissimo, il tempo passa ma stai comprando più di quanto stai fotografando.
D’altronde quando partiamo dall’attrezzatura di solito non basta mai, perché non sta seguendo un’idea di fotografia nostra, ma di qualcun’altro. Un fotografo che ci piace, per esempio. Sappiamo che scatta, o scattava, con quella camera, e vogliamo provare quelle sensazioni, vogliamo sentirci dei veri fotografi, e ci diciamo “con la camera che abbiamo come potremo mai riuscirci?!”
La mia vecchia Yashica Fx-3
Personalmente, quando da ragazzino iniziai a scattare in analogico, lo facevo con una macchinetta color rosso super compatta. Ma quando mi prese la sfregola, acquistai la mia prima reflex: una Yashica 2000, e poi degli obiettivi, la borsa, i flash… Comunque la usai per moltissimi anni e poi iniziai a fare musica e non ricordo più che fine fece.
Quando, quasi vent’anni dopo, tornai a fotografare in analogico, avevo le idee piuttosto chiare perché arrivavo da qualche anno di lavoro con le digitali.
Vendetti tutta la mia attrezzatura e comprai una Leica M6 e poco dopo una Rolleiflex 2.8F e queste fotocamere non le venderei mai e poi mai.
Ma siamo onesti, anche io sono passato da questa fase di esplorazione e ricerca della mia identità, e presi una seconda Leica M6! e giustificai a me stesso questa spesa perché fotografavo eventi e non potevo cambiare obiettivo ogni volta. Ed era vero, anche se avrei potuto benissimo farlo con una camera che costava meno…! e poi una Hasselblad 500 cw e una Linhof Technica 4×5, che alla fine, invece, rivendetti.
Insomma, la fase 1 è una fase di ricerca di quello che siamo, ed è quindi normale fare dei giri enormi per poi magari tornare al punto di partenza, o fermarsi quando abbiamo trovato “quella giusta”. Non la camera giusta però, ma la nostra idea di cosa ci interessa fotografare, e allora useremo solamente quella macchina, o quel paio di macchine al massimo.
Per alcuni il viaggio finisce qui, ed è un viaggio completo. Per altri, a un certo punto la domanda cambia: non è più 'con cosa fotografo?' ma 'come ottengo quello che vedo nella mia testa?' E lì inizia un'altra fase.
Fase 2: Il bisogno di capire
Ansel Adams nella sua famosa Camera Oscura
Non tutti arrivano alla seconda fase, ma attenzione, non tutti hanno bisogno di arrivarci. Se sviluppi i tuoi rullini e il risultato ti piace, se quello che vuoi ottenere è un onesto processo tra scatto e sviluppo (e scansione), il tuo percorso è completo così. Possiamo chiamarla una Fase 1 avanzata.
La Fase 2 invece inizia quando il risultato non ti basta più. Quando guardi il tuo negativo e senti che c'è una distanza da colmare tra quello che hai ottenuto e quello che avevi in testa. Anche bella grossa.
Io quella distanza la sentivo fortissima: volevo arrivare al massimo della tecnica che vedevo nelle stampe e nei libri dei miei Maestri (Adams, Weston in primis), volevo capire come avevano fatto e come poterlo rifare, volevo il massimo della profondità e della tecnica. E quello ha cambiato tutto.
Passarono anni, in cui ogni rullino, ogni negativo e ogni stampa era il pretesto per scoprire qualcosa, per capire come risolvere un problema, nonostante ancora non sapessi, io, fotograficamente, chi ero.
Il problema della fase 2 è il caos delle informazioni. Troppe opzioni buttate lì anche da chi non ha mai visto un negativo. Diciamolo chiaramente, oggi basta fare una ricerca di qualsiasi cosa, e ti arrivano a schermo centinaia di risposte. E allora come sai che stai scegliendo quella giusta? Come sai che là in mezzo esiste la risposta giusta? non certamente immaginando di testarle tutte.
Ed ecco il punto cruciale in mezzo all’ossessione tecnica: serve un metodo di lavoro.
Il metodo ti serve per darti la coerenza delle informazioni. Queste dovrebbero arrivare da una persona, da un libro, da una storia personale. Una fonte coerente, non cento frammenti scollegati. In questo modo queste informazioni sono connesse, una dopo l’altra ti aiutano a costruire il quadro generale in modo che tu possa comprenderle, applicarle, usarle davvero nella tua fotografia, nel tuo percorso complessivo.
Una serie di test sul fuoco/diaframma della mia Rolleiflex su un soggetto statico.
All’interno di quel metodo troverai il tuo modo per fare le cose, il tuo sistema, la tua tecnica. Perché hai una strada da seguire. Non stai saltando da una cosa all’altra senza capire nemmeno cosa stai facendo.
Emulsioni, iso, esposizioni, diaframmi, carte, agitazioni, diluizioni. Agitare bene e servire a 20 gradi.
Per qualche anno questo approfondimento tecnico lo usavo intanto che sperimentavo con le fotografie e gli stili. Tra cambi di macchine fotografiche, lavoretti in camera oscura, qualcosa stava affiorando. Se scelgo una tecnica invece di un’altra un motivo dovrà pur esserci. Se le mie ricerche portavano ad un tipo di bianco e nero, ad un tipo di stampe, ad un tipo di linguaggio qualcosa stava succedendo.
A furia di fare foto osservando aspetti tecnici come le ombre e le luci, stiamo scoprendo poco a poco di avere affinato la sensibilità per qualcosa che finalmente riusciamo a vedere: la qualità della luce.
Questo aspetto, almeno secondo la mia esperienza, è collegato è collegato a due fattori: da una parte l'osservazione dei lavori altrui, dall'altra l'osservazione dei propri
Stiamo imparando la tecnica, è vero, ma probabilmente leggiamo, cerchiamo autori che ci piacciono, e inevitabilmente alcune immagini formeranno in noi un tipo di linguaggio che inizieremo a riconoscere e a imitare. Dalle inquadrature involontarie (fateci caso) che una volta sviluppato il rullino riconosceremo (ed è un bene) al tipo di forme, di ombre e luci, che cercheremo inconsciamente (o anche consciamente) di riprodurre.
Questa osservazione diventa sempre più specifica, come dicevamo anche rispetto ai riferimenti estetici e di linguaggio che sentiamo più affini, portandoci inevitabilmente a dover dare risposta alla domanda che ormai ci ronza per la testa da un bel po’: Ma io, fotograficamente, chi sono?
Quando arriva bisogna provare a trovare la risposta. O almeno iniziare a cercarne una. E se la tecnica ci sembrava impossibile, per rispondere a questa domanda dobbiamo dimenticarci di averla imparata, e cercare in noi stessi bisogni che non hanno niente a che fare con la fotografia.
Te la sei già fatta questa domanda? O sei nel bel mezzo della tecnica?
Fase 3: Il linguaggio
Una pagina del libro Edward Weston “Forms of Passion”
Se ci troviamo in questa fase siamo pronti a fare emergere, a vari livelli, la nostra voce. Scegliamo di portare quello che sentiamo, pensiamo e crediamo, in ogni singolo scatto. Non stiamo semplicemente fotografando, stiamo provando a descrivere qualcosa di specifico.
Lo so, dirai… “tutti siamo già in qualche modo nella fase 3, no? Io scelgo già cosa fotografare!”
Vero.
Ma in questa fase si dovrebbe essere in grado di spiegare “perché si è fatta quella foto?” e la fatidica domanda “cosa voglio dire?" L’ho fatta d’istinto? L’ho pianificata? L’ho cercata?. O semplicemente, l’ho scattata perché mi piaceva la luce? (il che, ripetiamolo, va benissimo).
Ma proviamo ad andare con ordine, perché questa fase è forse la più delicata e importante per noi.
Vivian Mayer - Autoritratto
Sì,perché parla di noi come persone e del perché stiamo dedicando tutto questo tempo a fare foto.
E abbiamo visto che queste possono essere importanti per molti aspetti.
Se siamo nella Fase 1 saranno importanti perché “stiamo scattando” con questa macchina fotografica fantastica. Sono importanti perché raccontano il mio presente, i miei amici, immagini prese un po’ per caso, un po’ per gioco, un po’ per “vedere cosa viene fuori”.
Se siamo nella Fase 2 saranno importanti perché devono essere corrette. Il soggetto passa in secondo piano rispetto al processo tecnico. Conta quello che ho scritto sul diario di scatto, conta l’esposizione che sto testando, la pellicola che sto provando, lo sviluppatore che ho appena comprato. E come abbiamo visto, con questo approfondimento affiorerà naturalmente una sensibilità maggiore per l’osservazione della luce e delle sue qualità.
Ma come passiamo da questa fase di scoperta tecnica a quella più personale e creativa? E come facciamo a capire se ci siamo dentro?
Il dirupo
Per entrare nella fase creativa dobbiamo dimenticarci della tecnica. Ma non solo. Per chi ci è dentro o ci si sta avvicinando, la sensazione iniziale può essere simile allo sporgersi da un dirupo… Ma chi me lo fa fare?
Personalmente ho dovuto fermarmi per un po’ e, come tutte le cose importanti, iniziare a togliere dalla testa e dalle spalle le montagne di polvere d’argento degli altri fotografi. Siamo pieni di immagini che non sono le nostre, pieni di riferimenti che abbiamo studiato, pieni di maestri inarrivabili e all’inizio ci sentiamo persi.
Quando decidiamo di guardare le nostre foto, tutte sembrano una brutta copia di altre, e tutto sembra senza senso. Che avrò mai da dire io che non è stato già detto in maniera esemplare?
Ma è normale. Le fotografie che stiamo guardando le abbiamo fatte cercando dei riferimenti, e le poche che pensavamo fossero davvero “nostre”, alla fine, con questi occhi, non sappiamo davvero dove metterle. Per questo mi sono preso del tempo.
Trovare il coraggio di dire qualcosa
Uno dei mie progetti fotografici: Folium
Quando senti di voler dire qualcosa di tuo è il momento di tornare indietro, ascoltarsi nel profondo e cogliere quello che, almeno per me, era importante in quel momento. Tutto il resto non aveva importanza.
Buttare via tutto e trovare il coraggio di mostrare quello che abbiamo tenuto nascosto anche a noi stessi.
Ma da dove iniziare?
Per iniziare dobbiamo pensare non più alle fotografie come singoli momenti, ma alla fotografia come Progetto.
Dobbiamo creare un Progetto Fotografico. Il NOSTRO Progetto Fotografico.
Non affrontiamo qua nel dettaglio come farne uno, ma questa fase si distingue dalle altre proprio dall’ostinazione per un’idea, un pensiero che vogliamo tramutare in fotografia.
La copertina di una pagina A4 del mio primissimo progetto fotografico per illustrarne lo scopo ai condomini che avrei dovuto fotografare.
Progetto finale durante il corso di fotografia Documentaria presso l’Istituto Italiano di Fotografia.
Inizieremo a pensare ad un corpo di lavoro che lo contenga, e quindi sceglieremo in base al messaggio che vogliamo mandare, alla forma (e al formato) che vogliamo usare, e a tutte le “cose tecniche” che vogliamo includere o escludere:
Per esempio:
Quale formato ?
Quali ottiche uso, quali no?
Quali tipologia di luci cerchiamo?
Useremo il Flash?
Il cavalletto o a mano libera? Ecc…
Possiamo iniziare con piccoli progetti, anche di una settimana, oppure di qualche mese, e vedere cosa viene fuori.
Oppure decidere che non fa per noi, che quello che ci appassiona di più è cogliere la quotidianità, l’imprevisto, senza alcun tipo di analisi o progettualità. E va benissimo così. Potremmo abbracciare l’idea dell’imprevedibilità, ma ogni cosa, per funzionare, deve poter essere spiegata, perché la fotografia in un progetto ha le sue regole di coerenza visiva, tecnica ed espressiva.
Il viaggio non finisce
Il bello della fotografia analogica è il processo, il tempo che ci prendiamo per noi stessi, ed è già una grande cosa riuscire a tenercela stretta.
Queste fasi, che qua ho elencato in ordine possono anche non essere lineari. Si torna anche indietro!
Puoi avere quindici anni di esperienza e avere la tentazione di ricascare nell'accumulo appena provi un formato nuovo. Puoi essere nella fase creativa per lo scatto e magari nella fase di curiosità per la stampa, perché hai deciso di provare a stampare ma scatti da una vita.
Il percorso non finisce, ma riconoscere dove sei è il primo passo per muoverti nella direzione che più ti rappresenta.
Oggi, nonostante il mio impegno creativo, continuo a studiare e ad approfondire le tecniche di stampa o di sviluppo. Ovviamente con più calma, e sempre al servizio di un progetto, come lo studio sui negativi di carta che sto portando avanti.