Fotografare l'ignoto. Come Kodak, Hasselblad e la NASA ci ‘portarono’ la Luna
Il sottilissimo strato dell'atmosfera terrestre catturato dall'Apollo 9 durante un'alba orbitale. Magazine 20, Ektachrome SO-368 a 64 ASA.
La stratificazione cromatica dall'azzurro della troposfera ,dal rosso-arancio degli strati più bassi illuminati dai raggi radenti del sole, all'azzurro della stratosfera superiore, fino al nero assoluto dello spazio.
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La sfida fotografica più estrema
Duke,Lovell and Haise at the Apollo 11 Capcom, Johnson Space Center,Houston,Texas
Nessun fotografo professionista avrebbe accettato quelle condizioni: nessun mirino ottico, guanti pressurizzati che rendevano impossibile la regolazione fine dei comandi, temperature che oscillavano tra −65°C all’ombra e +120°C sotto il sole diretto, nessuna possibilità di avvicinare l’occhio al mirino con il casco indossato, e un unico scatto per immortalare ciascun momento.
Magazine N (AS11-36) · Ektachrome MS SO-368 · colore · ASA 64 · Hasselblad Electric Camera · Carl Zeiss Sonnar 250 mm · Michael Collins, viaggio di avvicinamento alla Luna
La misurazione dell’esposizione richiedeva uno strumento separato ( uno spot meter Minolta da 1 grado portato a mano sulla superficie ) e le impostazioni venivano trasferite manualmente agli obiettivi prima di ogni scatto.
Eppure le fotografie del programma Apollo restano tra le più potenti mai realizzate nella storia. Non soltanto perché documentano un evento straordinario, l’uomo sulla Luna, ma perché riescono nell’impresa tecnica e narrativa di raccontarlo con una qualità visiva, una composizione e una forza espressiva che sfidano ogni condizione in cui furono prodotte.
Scatti in bianco e nero e a colori, dalla superficie e dall’orbita, dall’interno del modulo e con la fotocamera fissa al petto: un archivio fotografico che non ha precedenti per contesto, per vincoli operativi e per risultato estetico. Il programma Apollo produsse, da solo, oltre 20.000 fotogrammi.
Questo articolo ripercorre l'intera catena fotografica del programma Apollo (concentrandoci sulla missione Apollo 11,15 e 17) dal laboratorio Kodak di Rochester che formulò le emulsioni speciali, alle fotocamere Hasselblad modificate per il vuoto cosmico, fino al laboratorio di Houston che sviluppò quelle pellicole irripetibili.
Lungo il percorso ci fermeremo sui singoli fotogrammi , con i loro numeri di catalogo, le loro emulsioni, i loro obiettivi, perché la grandezza di quelle immagini non si esaurisce nell'estetica. Quelle pellicole erano il punto più avanzato della fotografia analogica e rimangono, ancora oggi, il nostro riferimento presente.
Indice dei contenuti
Senza Kodak, forse non avremmo mai messo piede sulla Luna
Photographic Subsystem Reference Handbook for the Lunar Orbiter Program", preparato per Boeing dalla Eastman Kodak Company
Il lancio del Lunar Orbiter 1 (10 agosto 1966)
Prima ancora di fotografare la Luna dalla sua superficie, la NASA aveva bisogno di conoscerla con una precisione cartografica assoluta.
I sistemi televisivi dell’epoca offrivano immagini a bassa definizione adatte principalmente alla diretta globale; per i rilievi geodetici, topografici e scientifici necessari a individuare siti di atterraggio sicuri, serviva qualcosa di completamente diverso e alla massima risoluzione:la pellicola fotografica.
Parte di ricognizione per determinare il sito di allunaggio - programma Lunar Orbiter - Pellicola Kodak SO-243
Fig. 15(b) Indice fotogrammetrico del Sito II-P-6 (Apollo 11), Mare Tranquillitatis.Mappa di copertura ricavata dalle scansioni della missione Lunar Orbiter II. La griglia indica la sovrapposizione dei fotogrammi ad alta (H) e media (M) risoluzione utilizzati per certificare la sicurezza del suolo lunare prima dello sbarco umano. Coordinate: 0.67° N, 23.47°E.
Tra l’agosto 1966 e il novembre 1967, cinque sonde Lunar Orbiter della NASA percorsero l’orbita lunare fotografando il 99% della superficie, sia il lato visibile che quello nascosto, con una risoluzione fino a un metro per pixel!
Un dettaglio dei due obiettivi del Lunar Orbiter in fase di costruzione alla NASA
Complessivamente, le sonde restituirono 1654 fotografie ad alta qualità, di cui 840 dei siti candidati all’atterraggio Apollo nelle missioni I, II e III, scattate da quote di appena 44 chilometri. La scelta del Mare della Tranquillità come destinazione dell’Apollo 11 (chiamato appositamente così proprio grazie a queste rilevazioni) fu in larga misura determinata dall’analisi fotogrammetrica di quelle immagini.
Telecamere spia in orbita lunare, la connessione CORONA
Quello che rese le sonde Lunar Orbiter uniche non era la destinazione, ma quello che portavano a bordo.
La NASA non disegnò il sistema fotografico da zero: prese in prestito la tecnologia di sorveglianza direttamente dal Dipartimento della Difesa, dal programma satellitare militare CORONA, noto al pubblico come Discoverer, che in quegli stessi anni usava sistemi analoghi per fotografare dall’orbita il territorio sovietico. Era la Guerra Fredda nel senso più letterale: le stesse telecamere spia usate per monitorare le basi militari dell’URSS furono riadattate per mappare la Luna.
Disegno tecnico del Lunar Orbiter
Mappa indice delle coperture fotografiche del programma Lunar Orbiter: regione equatoriale, lato visibile.
I rettangoli colorati indicano l'estensione di ciascun fotogramma per missione (I–V). La concentrazione nella fascia ±45° di latitudine corrisponde ai requisiti del programma Apollo per la selezione dei siti di atterraggio. Da: NASA SP-242, Guide to Lunar Orbiter Photographs, Hansen, 1970.
La copertina del documento ufficiale del progetto fotografico del Lunar Orbiter
Quello che rese le sonde Lunar Orbiter uniche non era la destinazione, ma quello che portavano a bordo.
Lunar Orbiter - Fotografia di Eric Long, Smithsonian National Air and Space Museum
La NASA non disegnò il sistema fotografico da zero: prese invece a prestito la tecnologia di sorveglianza direttamente dal Dipartimento della Difesa, dal programma satellitare militare CORONA (noto al pubblico come Discoverer), che in quegli stessi anni usava sistemi analoghi per fotografare dall’orbita il territorio sovietico.
Era la Guerra Fredda nel senso più letterale: le stesse telecamere spia usate per monitorare le basi militari dell’URSS furono riadattate per mappare la Luna. Ed è qui che la tecnica e la fotografia si fecero una cosa sola.
Ciascuna sonda montava due obiettivi che operavano simultaneamente su un’unica striscia di pellicola da 70 mm (la normale pellicola da 120mm ma con un bordo più largo): un teleobiettivo da 610 mm f/5.6 per i fotogrammi ad alta risoluzione (H-frames) e un grandangolare da 80 mm f/5.6 per quelli a media risoluzione (M-frames).
I tempi di otturazione disponibili erano tre, rispettivamente: 0.01, 0.02 e 0.04 secondi selezionati automaticamente da un sensore V/H che misurava il rapporto tra velocità della sonda e quota di volo, garantendo la compensazione del mosso da movimento. La pellicola usata era la Kodak SO-243, una variante 70 mm non perforata a grana fine, con indice aereo 3.0 e formulazione specificamente resistente alle radiazioni spaziali (L'AEI 3.0 della pellicola Kodak in questione, la SO-243, è approssimativamente paragonabile a un valore di 1.6 - 2.0 ISO!).
Potrebbe sembrare un controsenso usare una pellicola poco sensibile per fotografare la Luna da una sonda in movimento, ma la scelta di Kodak fu dettata da una necessità suprema: la risoluzione.
Insomma, la Kodak SO-243 non era una pellicola "standard" adattata,ma un capolavoro di ingegneria dei materiali. Essendo una pellicola Fine Grain Aerial Helical, doveva sopportare il calore e il vuoto, ma soprattutto doveva essere addirittura sviluppata… a bordo !!
Ogni sonda portava a bordo 79 metri di pellicola.
A questo punto potremmo facilmente rimanere senza parole, ma quello che ci aspetta di seguito è la definizione letterale della parola fantascienza.
Sviluppare la pellicola nello spazio, il sistema BIMAT
Il problema era fisicamente radicale: come si sviluppa una pellicola fotografica a bordo di una sonda in orbita lunare, senza laboratorio, senza acqua e in microgravità?
La risposta fu il sistema Kodak BIMAT, un processo di sviluppo semi-secco sviluppato originariamente per la ricognizione militare nell'ambito del programma CORONA, e rimasto classificato per decenni.
Schema del sistema fotografico e di processamento BIMAT a bordo delle sonde Lunar Orbiter (1966–67).
Fonte: Honeysuckle Creek Tracking Station / NASA.
Come funzionava
La pellicola da 70mm esposta dai due obiettivi (610mm teleobiettivo e 80mm grandangolare) transita nel camera looper e viene sviluppata nel BIMAT Film Processor per contatto con il processing web, una gelatina presatura di monobath che sviluppa e fissa l'immagine in un'unica fase senza liquidi liberi.
La pellicola sviluppata procede nello scanner, che converte le densità in segnale video trasmesso via radio verso le stazioni di terra.
Tutta la meccanica di trascinamento era critica: la pellicola doveva spostarsi con precisione dal rocchetto di stoccaggio all’obiettivo, poi in un buffer da 20 fotogrammi durante la ripresa, e infine alla fase di sviluppo BIMAT. Il guasto di un singolo motore di trascinamento, come accadde sul Lunar Orbiter 3 dopo alcune centinaia di fotogrammi, era sufficiente a compromettere l’intera missione.
L’intero sottosistema fotografico, con telecamere, processore, scanner e controlli ambientali, era alloggiato in un contenitore pressurizzato e termoregolato. Una volta sviluppata però, la pellicola non poteva tornare sulla Terra, almeno non subito…
La trasmissione via radio e la ricostruzione a terra
A differenza del programma CORONA che recuperava le capsule con la pellicola dallo spazio tramite aerei e paracadute, la NASA sviluppò invece un sistema per trasmettere le fotografie via radio direttamente in volo.
Schema del sistema fotografico interno al Lunar Orbiter
Un readout scanner a line-scan tube scansionava un raggio di luce attraverso il negativo sviluppato con passi da 2,667 mm, producendo un segnale video. In pratica, questo sistema a "punto luminoso mobile" (flying-spot scanner) era un meccanismo che convertiva un'immagine fisica (la pellicola Kodak) in impulsi radio, striscia dopo striscia, permettendo di spedire sulla Terra una foto scattata a 380.000 km di distanza con una risoluzione che ancora oggi lascia sbalorditi.
Una traversata completa del frame richiedeva circa 22 secondi e generava 17.000 linee di scansione. I tempi di trasmissione erano considerevoli: 10 minuti per un fotogramma a media risoluzione, 34 minuti per uno ad alta risoluzione. In pratica, questo sistema a "punto luminoso mobile" (flying-spot scanner) era un meccanismo che convertiva un'immagine fisica (la pellicola Kodak) in impulsi radio, striscia dopo striscia, permettendo di spedire sulla Terra una foto scattata a 380.000 km di distanza con una risoluzione che ancora oggi lascia sbalorditi.
Il segnale veniva trasmesso alle stazioni di comunicazione profonda della NASA in Spagna, Australia e negli Stati Uniti, dove veniva registrato su nastro magnetico.
A terra, il segnale video era convertito in un’immagine su tubo catodico e riproiettato su pellicola 35 mm in una motion camera continua.
Una foto di uno di centri di ricezione dati della NASA
Il risultato era una serie di strisce i “framelets” larghe 2,54 mm e lunghe 55 mm, che i tecnici rimontavano fisicamente per ricomporre i fotogrammi originali. La scala di ricostruzione era 7,18 volte la scala della sonda.
Quelle strisce visibili nell’Earthrise del Lunar Orbiter 1, le linee verticali che molti hanno scambiato per artefatti o manipolazioni, sono esattamente i bordi di quei framelets: la firma fisica del processo di trasmissione e riassemblaggio.
La risoluzione angolare della telecamera da 610 mm era 4,4 secondi d’arco; quella da 80 mm era 34 secondi d’arco. Sulla pellicola della sonda, entrambe le telecamere producevano 76 linee per millimetro.
Nelle ricostruzioni 35 mm a terra, la risoluzione si riduceva a circa 11 linee per millimetro, sufficiente per individuare dettagli di circa 1 metro al suolo per le riprese ad alta risoluzione a 46 km di quota, e di circa 8 metri per quelle a media risoluzione.
Una cartografia della Luna di precisione senza precedenti, realizzata interamente su emulsione argentica.
Una cartografia della Luna di precisione senza precedenti, realizzata interamente su emulsione argentica.
Dal Lunar Orbiter all'Apollo: cosa imparò Kodak mappando la Luna
Il programma Lunar Orbiter (1966-67) fu il grande banco di prova in condizioni reali per tutto ciò che Kodak avrebbe poi fornito all'Apollo. In pratica non servì “solamente” per mappare la Luna come mai si era fatto fino ad allora, ma fu un vero e proprio laboratorio per le missioni future.
Gli ingegneri di Rochester impararono tre cose critiche da quelle cinque missioni:
Resistenza alle radiazioni. La pellicola SO-243 usata sui Lunar Orbiter era una variante speciale della Panatomic-X formulata per resistere alle radiazioni cosmiche. I dati di degrado raccolti durante i mesi di orbita lunare, quanto fog, quanta perdita di contrasto, quale curva sensitometrica dopo l'esposizione prolungata, e altre informazioni fondamentali permisero di calibrare le emulsioni SO-164 e SO-168 che sarebbero andate sulla superficie con gli astronauti dell'Apollo. Senza quei dati reali, le specifiche sarebbero state teoriche.
Comportamento del supporto Estar nel vuoto. Il poliestere da 2,5 mil delle Lunar Orbiter attraversò cicli termici estremi per settimane. Kodak misurò l'outgassing effettivo, la stabilità dimensionale, il comportamento meccanico sotto tensione in microgravità. Quelle informazioni definirono le tolleranze per i magazine Hasselblad dell'Apollo, con lo stesso supporto Estar, stessa logica di film sottile per massimizzare i fotogrammi per caricatore.
Il limite del sistema BIMAT. Il processo di sviluppo semi-secco funzionò, ma con vincoli severi: tempi lunghi, qualità inferiore a un laboratorio terrestre, nessuna possibilità di correzione. La conclusione fu chiara, per l'Apollo la pellicola doveva tornare a Terra non sviluppata. Questo determinò l'intera catena: magazine sigillati, decontaminazione con ossido di etilene, sviluppo nel laboratorio PTL di Houston. Il BIMAT aveva dimostrato che si poteva sviluppare nello spazio; aveva anche dimostrato che non conveniva farlo se c'era alternativa.
In sintesi: Lunar Orbiter fu la missione che trasformò la fotografia spaziale da scommessa a ingegneria. Apollo 11 ne raccolse i frutti.
Le emulsioni speciali: la famiglia Panatomic-X
AS11-38-5589 - Magazine O (AS11-38), Panatomic-X SO-164 con fori di trascinamento, bianco e nero, ASA 80. Ripresa orbitale della superficie lunare dal Command Module, obiettivo Sonnar 250 mm.
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All'inizio degli anni Sessanta, l'uso di pellicole fotografiche nello spazio sollevava gravi problemi di ordine chimico e fisico.
Questa immagine mostra il tipico deterioramento della pellicola in acetato, causato dal restringimento della base della pellicola che si stacca dall'emulsione di gelatina, formando incavi e deformazioni.
I supporti tradizionali in triacetato di cellulosa non erano idonei al vuoto delle orbite lunari: tendevano a rilasciare gas per outgassing e a infragilirsi a basse temperature.
La Kodak sviluppò per la NASA emulsioni su un supporto in poliestere denominato Estar, non il PET delle pellicole commerciali che conosciamo oggi, ma un poliestere di alta resistenza meccanica progettato specificamente per applicazioni aeree e spaziali.
L'estrema resistenza meccanica dell'Estar permise di ridurre lo spessore del supporto fino a 2,5 mil (millesimi di pollice), equivalenti a circa 0,0635 mm.
Questa riduzione non era un dettaglio marginale: abbassando lo spessore totale della pellicola, fu possibile caricare nei magazine delle Hasselblad fino al 40% di materiale sensibile in più a parità di peso e volume.
Un magazine standard da 70 mm riusciva così a contenere fino a 200 fotogrammi in bianco e nero o 160 a colori !
Nota: La pellicola a colori come l'Ektachrome non raggiungeva lo stesso numero di fotogrammi della Panatomic-X in bianco e nero perché l'emulsione è fisicamente più spessa. Mentre il bianco e nero ha un singolo strato di gelatina con cristalli di alogenuro d'argento, una pellicola invertibile a colori ne ha tre sensibili rispettivamente al blu, al verde e al rosso, più strati intermedi di filtro e accoppiatori cromatici. Il sandwich completo era circa il 20-25% più spesso a parità di supporto: a parità di diametro del magazine, ci stavano meno fotogrammi.
Magazzino 70 mm Hasselblad progettato per le missioni Apollo
Un’autonomia fondamentale durante le serrate tabelle di marcia delle attività extraveicolari.
La famiglia delle pellicole Panatomic-X rappresentava il punto di riferimento per la fotografia a grana finissima e l'elevata definizione. Sul mercato civile la Panatomic-X era distribuita con una sensibilità nominale di 32 ASA; la NASA commissionò varianti speciali con codice "SO" (Special Order) con emulsioni modificate e sensibilità calibrate sulle condizioni di luce della superficie lunare.
Un aspetto tecnico spesso trascurato: le varianti Panatomic-X impiegate dalla NASA possedevano una risposta spettrale estesa nella regione del rosso. Sulla Luna, in assenza di atmosfera che diffonda la luce solare, il contrasto tra zone illuminate e zone in ombra è brutale. La risposta estesa al rosso aiutava a registrare transizioni tonali più leggibili sulla regolite lunare, preservando i dettagli della trama del suolo anche in presenza di luci radenti e ombre nere assolute.
La risoluzione garantita dalla Panatomic-X era di circa 170 linee per millimetro a un contrasto del 30% un valore che distanziava nettamente le emulsioni di uso comune come la Tri-X o la Plus-X, e che rimane competitivo con i sensori digitali moderni.
Le emulsioni a colori: Ektachrome EF e Ektachrome MS
Pellicola 70 mm perforata - Kodak Ektachrome 160 - Color
Accanto alla Panatomic-X, il programma Apollo impiegava due emulsioni invertibili (diapositive) a colori della famiglia Ektachrome, entrambe prodotte da Kodak su base Estar in varianti SO specifiche per l’uso spaziale.
La SO-168, commercializzata come Ektachrome EF, era la pellicola a colori principale per la fotografia di superficie. Con una sensibilità nominale di 160 ASA, oltre cinque volte più sensibile della Panatomic-X commerciale, era formulata per coprire le condizioni di luce variabili della Luna: luce solare diretta, zone d’ombra e ambienti interni del modulo.
La sua caratteristica più significativa era la possibilità di essere esposta e sviluppata a 160 ASA oppure spinta fino a 1000 ASA senza cambiare emulsione, una latitudine operativa eccezionale per una pellicola invertibile degli anni Sessanta e perfino per oggi!
Una cosa davvero incredibile se pensiamo che se acquistiamo oggi queste pellicole (cioè la versione commerciale) vanno esposte in maniera molto precisa, potendosi permettere al massimo mezzo stop di sotto esposizione).
Nota: È proprio questa eccezionale latitudine di posa che ha permesso, cinquant'anni dopo, il lavoro di recupero fotografico di Andy Saunders. Le scansioni digitali ad alta risoluzione dei negativi originali file raw da 1,3 GB a 16 bit per canale hanno rivelato dettagli nelle ombre che le stampe dell'epoca mostravano come nero pieno. Quei dettagli erano sempre stati lì, registrati nell'emulsione Kodak nel 1969: la pellicola aveva catturato più informazione di quanta i processi di stampa potessero allora restituire. Il libro Apollo Remastered di Saunders, che vedremo tra le fonti, documenta questo recupero.
La risoluzione era di 80 lp/mm, circa la metà della Panatomic-X, ma sufficiente per la documentazione fotografica di superficie. Il Magazine S dell’Apollo 11, quello che contiene il ritratto di Aldrin, le impronte e la bandiera, era caricato con Ektachrome EF SO-168.
Russell "Rusty" Schweickart, pilota del Modulo Lunare dell'Apollo 9 (marzo 1969), fotografato all'interno del Command Module su pellicola Ektachrome EF SO-168 - negativo originale da Hasselblad 500EL 70 mm
La copertina del libro Apollo Remastered di Andy Sauders
L'immagine mostra quanto fosse sottoesposta la ripresa originale: quasi completamente nera, con appena un accenno di luce sul visore del casco e il bagliore dell'atmosfera terrestre in basso. Stupenda, ma profondamente sottoesposta.
È esattamente questo fotogramma che Saunders ha recuperato per la copertina di Apollo Remastered, estraendo dal file raw a 16 bit i dettagli del volto, della tuta e dell'interno del Command Module che l'emulsione Kodak aveva registrato ma che nessun processo di stampa aveva mai rivelato. Le perforazioni laterali sono quelle del formato 70mm.
La celeberrima immagine di Buzz Aldrin fu scattata proprio con questa emulsione: Apollo 11 - AS11-40-5903 - Magazine S (AS11-40) · Ektachrome EF SO-168 · colore · ASA 160 · Hasselblad EDC · Biogon 60 mm
La Ektachrome MS
AS11-36-5293: Alba terrestre durante la fase translunare
Il limbo terrestre con il sole che sorge all'orizzonte, fotografato dal Command Module Columbia durante il viaggio verso la Luna. Magazine N, Ektachrome MS SO-368 a 64 ASA, obiettivo 80mm. I lens flare e i riflessi interni sono artefatti ottici causati dalla luce solare diretta che entra nel finestrino. Visibili le perforazioni del formato 70mm sui bordi del fotogramma.
AS11-36-5390: Buzz Aldrin all'interno del Command Module
Aldrin fotografato durante la fase translunare, con la luce del finestrino alle spalle e la strumentazione del Columbia visibile sullo sfondo. Magazine N, Ektachrome MS SO-368 a 64 ASA. La resa cromatica della SO-368 ottimizzata per la fedeltà dei toni piuttosto che per la sensibilità restituisce con precisione i bianchi della tuta intravehicolare e i dettagli del pannello di controllo. Stessa emulsione usata per la Earthrise dell'Apollo 8.
La SO-368, commercializzata come Ektachrome MS, era un'emulsione più lenta, 64 ASA ,ottimizzata per la massima resa cromatica e la riproduzione fedele dei dettagli.
Veniva caricata nei magazine Hasselblad da 70mm per le riprese orbitali e la documentazione del terreno: sull'Apollo 11, il Magazine N usato durante la fase translunare conteneva questa emulsione; sull'Apollo 8 fu la pellicola della celebre Earthrise.
Era anche la pellicola della ALSCC (Apollo Lunar Surface Closeup Camera), la Gold Camera stereoscopica costruita da Kodak, in questo caso nel formato 35mm con flash integrato per le macro ravvicinate della regolite.
Le pellicole impiegate durante le fasi cruciali del programma Apollo 11 erano le seguenti:
Schema delle pellicole usate nella missione Apollo 11
Le pellicole Panatomic-X impiegate dalla NASA possedevano una sensibilità estesa nella regione del rosso dello spettro visibile.
Questa scelta tecnica non era casuale: sulla Luna, in assenza di un'atmosfera che diffonda la luce solare, il contrasto tra le zone illuminate e quelle in ombra risulta brutale (con un contrasto elevatissimo). La risposta estesa al rosso aiutava i sensori a registrare transizioni tonali più morbide e leggibili sulla regolite lunare, preservando i dettagli della trama del suolo anche in presenza di luci radenti e ombre nerissime.
Sensibilità spettrale della pellicola Kodak Panatomic-X usata nelle missioni Apollo
La Panatomic-X garantiva una risoluzione stimata di circa 170 lp/mm a un contrasto del 30%, distanziando di gran lunga le tradizionali emulsioni di uso comune come la Tri-X o la Plus-X.
Le fotocamere: Hasselblad senza mirino sulla Luna
NASA Hasselblad Electric Camera (HEC), 1968, uno dei 29 esemplari prodotti. Corpo TRE12650, obiettivo Carl Zeiss Planar f/2.8 80mm S/N 4489001, magazine 70mm/200 fotogrammi TR400144. Versione destinata al Command Module e alle riprese in orbita lunare: finitura nera anodizzata, priva di specchio reflex e di piastra Reseau. Impiegata sulle missioni Apollo 8 attraverso Apollo 17 per le riprese dall'orbita.
Hasselblad 70mm system - Apollo 11 - National Air and Space Museum
L'interfaccia ottica deputata a impressionare queste emulsioni speciali fu il sistema svedese Hasselblad, nello specifico i modelli 500EL modificati per l'ambiente spaziale.
I corpi macchina vennero privati dello specchio reflex e dei rivestimenti in finta pelle, sostituiti da finiture metalliche satinate per prevenire i riflessi e controllare lo scambio termico radiativo. I lubrificanti convenzionali furono rimossi e sostituiti con trattamenti a secco per evitare il blocco dei meccanismi nel vuoto cosmico.
Un elemento di fondamentale importanza applicato alle fotocamere da sbarco (Hasselblad Data Camera) fu la piastra Reseau (che vedremo fra poco) interposta immediatamente davanti al piano della pellicola. Si trattava di un cristallo ottico di altissima precisione inciso con un reticolo di croci fiduciarie calibrate con una tolleranza di 2mm. L'impressione di queste croci su ciascun fotogramma permetteva agli analisti sulla Terra di misurare con esattezza millimetrica le distanze e le altezze degli oggetti fotografati, correggendo a posteriori qualsiasi deformazione subita dal film polimerico durante l'esposizione o lo sviluppo.
Hasselblad Electric Data Camera (HEDC) CX15, S/N 1046 - ultima missione Apollo XVII, dicembre 1972
Corpo Hasselblad HEDC in lega di alluminio con verniciatura argento per il controllo termico. Magazine da 70mm "Earth Obs" (S/N 1012), destinato alle riprese della Terra dal modulo in orbita. Obiettivo Zeiss Planar C f/2.8 80mm S/N 4.488.999, già impiegato dall'equipaggio dell'Apollo VIII nella prima orbita lunare con equipaggio del dicembre 1968. La camera accompagnò Eugene Cernan, Ronald Evans e Harrison Schmitt nelle 75 orbite lunari e nelle 81 ore trascorse sulla superficie durante l'ultima missione con equipaggio del programma Apollo.
Senza l'umidità atmosferica terrestre a fungere da naturale conduttore per disperdere le cariche, il potenziale elettrico accumulato tra il vetro e la pellicola rischiava di innescare scariche e scintille capaci di impressionare l'emulsione con ramificazioni luminose casuali.
Per risolvere l'inconveniente, la faccia della piastra a contatto con il film venne rivestita con un sottile strato conduttivo trasparente, mentre sui bordi fu depositato dell'argento. Delle piccole molle a contatto trasferivano l'elettricità statica accumulata verso la carcassa metallica della fotocamera, azzerando il rischio di archi elettrici.
La filosofia fotografica imposta da queste modifiche era radicale: gli astronauti non potevano avvicinare l'occhio al mirino indossando il casco, non potevano regolare finemente i diaframmi con i guanti pressurizzati, non potevano verificare l'esposizione in tempo reale. La soluzione fu la profondità di campo come strumento principale, non come limite: gli obiettivi Zeiss venivano impostati su una distanza di messa a fuoco e un'apertura tali da sfruttare l'iperfocale, mantenendo nitido tutto il campo da circa 1,5 metri all'infinito. La fotocamera, fissata alla staffa del petto (Remote Control Unit), veniva orientata a stima verso il soggetto.
L'Apollo 11 imbarcò cinque sistemi fotografici principali, ciascuno con obiettivo e pellicola specifici:
La scelta delle focali non era casuale: il grandangolo del Biogon a 60 mm garantiva un campo visivo ampio per documentare il contesto geologico del sito di atterraggio, mentre il Sonnar a 250 mm permetteva riprese dettagliate dalla quota orbitale. Gli astronauti operavano senza mirino ottico, inquadrando a stima con la fotocamera fissata alla staffa del petto, affidandosi alla profondità di campo degli obiettivi Zeiss per compensare l'impossibilità di mettere a fuoco con precisione attraverso i guanti pressurizzati.
La piastra Reseau e il problema dell'elettricità statica
Hasselblad Electric Data Camera (HEDC) CX15, S/N 1046 - ultima missione Apollo XVII, dicembre 1972
Un elemento di fondamentale importanza applicato alla Hasselblad Data Camera (HDC) portata sulla superficie lunare fu la piastra Reseau, interposta immediatamente davanti al piano della pellicola.
Si trattava di un cristallo ottico di altissima precisione inciso con un reticolo di croci fiduciarie calibrate con una tolleranza di 0,002 mm. L'impressione di queste croci su ciascun fotogramma permetteva agli analisti a Terra di misurare con esattezza millimetrica le distanze e le altezze degli oggetti fotografati, correggendo a posteriori qualsiasi deformazione subita dal film polimerico durante l'esposizione o lo sviluppo.
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Un'esposizione accidentale che mostra le croci della lastra Reseau su una tuta spaziale sfocata. Foto della NASA. Clicca per ingrandire.
La piastra Reseau introduceva tuttavia un problema severo nel vuoto lunare: la frizione della pellicola in poliestere contro il vetro inciso, in assenza di umidità atmosferica, generava cariche elettrostatiche difficili da disperdere. Senza il naturale effetto conduttivo dell'umidità terrestre, il potenziale accumulato tra vetro e pellicola rischiava di innescare scariche capaci di impressionare l'emulsione con ramificazioni luminose casuali.
La soluzione fu un sottile strato conduttivo trasparente applicato sulla faccia a contatto con la pellicola, bordi in argento e piccole molle che trasferivano le cariche verso la carcassa metallica del corpo macchina.
La fotocamera Gold, il contributo di Kodak alla scienza del suolo
La Apollo Lunar Surface Closeup Camera (ALSCC), nota come fotocamera Gold dal nome del suo promotore scientifico il professor Thomas Gold, era una camera stereoscopica a doppio obiettivo costruita interamente da Eastman Kodak. I due obiettivi Kodak M-39 Copy Lenses da 46,12 mm f/17 fisso erano posizionati a 29 mm di distanza, calibrati per una distanza di messa a fuoco di 184,5 mm e una riproduzione al rapporto 0,33:1. La fotocamera era caricata con pellicola Ektachrome MS SO-368 prima del lancio e disponeva di flash elettronico integrato.
Apollo 11 Kodak Stereo Close-up Camera. NASA
Per usarla, l'astronauta posizionava semplicemente il piede della fotocamera sulla superficie lunare e premeva il grilletto sull'impugnatura telescopica.
Apollo Lunar Surface Closeup Camera (ALSCC) The Apollo Lunar Surface Closeup Camera (ALSCC), developed by the Eastman Kodak Company, was used to capture high-resolution, stereoscopic images of rocks and lunar regolith. National Air and Space Museum, Smithsonian Institution
Il risultato era una coppia stereoscopica di fotogrammi da 35 mm che copriva un'area di 72 × 82,8 mm, immagini di qualità straordinaria della struttura microscopica della regolite, con dettagli fino a 40 micron.
Gli astronauti di Apollo 11 non erano entusiasti dello strumento, aggiunto tardivamente alla lista di equipaggiamento, ma le immagini prodotte si rivelarono scientificamente preziose. Nei prossimi capitoli vedremo le immagini originali.
La preparazione fotografica degli astronauti
NASA S69-32243 - Armstrong e Aldrin durante le prove di simulazione dell'EVA, JSC Houston, 1969. I due astronauti si esercitano nelle procedure di raccolta campioni e uso delle attrezzature sul set che riproduce la superficie lunare, in preparazione alla missione Apollo 11.
Inquadratura differente: Armstrong e Aldrin durante le prove di simulazione dell'EVA, JSC Houston, 1969
La maggior parte degli astronauti aveva poca o nessuna esperienza con i principi della fotografia e tutti richiedevano addestramento nell'uso della Hasselblad 500 EL.
Non era una questione di talento, era una questione di raccontare la missione più importante dell’umanità documentandola tecnicamente in maniera impeccabile.
Negli anni precedenti alle missioni lunari Apollo, agli astronauti venne fornita formazione scientifica e fotografica. Venivano incoraggiati a portare fotocamere di addestramento nei viaggi per familiarizzarsi con l'operatività e migliorare la tecnica.
Le istruzioni riguardavano l'equipaggiamento, il suo funzionamento e le finalità scientifiche. Gli equipaggi visitarono siti geologici in Nevada, Arizona e Hawaii, simulando frequentemente la traversata lunare completamente equipaggiati con sacchetti per campioni, liste di controllo, zaini simulati, martello e attrezzatura per carotaggi, usando tipicamente fotocamere Hasselblad EL simili a quelle che avrebbero usato sulla Luna.
S70-20272 (December 1969)
L'astronauta James A. Lovell Jr., comandante della prossima missione di allunaggio dell'Apollo 13, utilizza una paletta dell'Apollo Lunar Hand Tools (ALHT) durante una simulazione di spostamento sulla superficie lunare presso il centro di addestramento di Kapoho, nelle Hawaii. Durante la permanenza nei centri di addestramento delle Hawaii, Lovell e Haise stanno partecipando a prove approfondite delle loro attività extraveicolari (EVA). NASA
Nonostante la sua natura storica, la priorità principale dell'Apollo 11 era semplice: eseguire un allunaggio con equipaggio e tornare vivi a casa.
Tutti gli altri aspetti erano considerati bonus, inclusa l'EVA sulla superficie, ridotta al minimo indispensabile. La fotografia era nella lista di controllo, ma in subordine alla sopravvivenza e alla raccolta dei campioni.
Tra luglio 1965 e luglio 1967, gruppi di astronauti furono portati negli altipiani vulcanici attorno al lago Mývatn e alla caldera di Askja in Islanda.
Il lago Askja (Öskjuvatn) situato nella caldera del vulcano Askja, nelle remote Alte Terre islandesi
Il progetto di preparazione più radicale fu però la costruzione del campo crateri di Cinder Lake, in Arizona.
Tra luglio e ottobre 1967, la NASA e l'USGS usarono esplosivi per creare 47 crateri nel terreno basaltico a nordest di Flagstaff, riproducendo una porzione del Mare della Tranquillità in scala 1:1.
Non erano simulazioni approssimative: i tecnici usarono immagini satellitari del Mare della Tranquillità come guida per duplicarne la topografia con precisione.
I 47 crateri avevano diametri compresi tra 1,5 e 13 metri, calibrati sulle immagini del Lunar Orbiter.
Creazione del campo crateri di Cinder Lake. Astrogeology Science Center, USGS
Neil Armstrong (a sinistra) e Buzz Aldrin (a destra) documentano un campione durante una spedizione sul campo a Sierra Blanca, nel Texas occidentale, il 24 febbraio 1969. Mike Gentry, NASA Johnson
Il campo era specificamente progettato per duplicare un'area all'interno del Mare della Tranquillità al fine di addestrare gli astronauti per la futura missione Apollo.
Durante il training sul campo, l'equipaggio visitava il sito a bordo del modulo lunare e veniva messo alla prova sulla capacità di identificare la propria posizione guardando solo fuori dai finestrini del LM e localizzandosi sulle immagini satellitari.
Gli astronauti dell'Apollo 15 Jim Irwin (a sinistra) e Dave Scott guidano un prototipo del rover lunare, il "Grover", al Cinder Lake Crater Field n°1.
Astrogeology Science Center, USGS.
Era esattamente il problema fotografico che avrebbero affrontato sulla Luna: orientarsi in un paesaggio senza riferimenti familiari, documentarlo sistematicamente, e farlo in un tempo contingentato.
Il video del lancio dell'Apollo 11 che accompagna questo articolo mostra il punto di partenza di tutta questa catena, il momento in cui le pellicole, le fotocamere e gli astronauti che le avrebbero usate lasciarono la Terra.
Fotogrammi scelti dall'archivio Apollo
Magazine N (AS11-36) · Ektachrome MS SO-368 · colore · ASA 64 · Hasselblad Electric Camera · Carl Zeiss Sonnar 250 mm · Michael Collins, viaggio di avvicinamento alla Luna
Abbiamo visto il lavoro immenso che migliaia di donne e uomini hanno compiuto per portare l'uomo oltre l'orbita terrestre. Prima di ammirare una selezione di fotogrammi del programma Apollo, vale la pena capire come gli ingegneri della NASA avevano organizzato pellicole, magazine e scatti.
Il sistema di catalogazione è semplice e preciso: il codice AS11-40-5903 identifica la missione Apollo 11, il magazine numero 40 (etichettato con la lettera S), il fotogramma 5903. Ogni magazine era un caricatore fisico caricato con una specifica emulsione prima del lancio, il che consente ancora oggi di risalire con certezza all'emulsione, all'obiettivo e al contesto esatto di ogni singolo scatto.
Un sistema che, non a caso, potrebbe ispirare chiunque voglia dare ordine al proprio archivio analogico.
AS11-44 - Fotogramma di calibrazione pre-volo, 10 luglio 1969
Questo è un documento incredibile.
Pannello Kodak con Color Control Patches, Gray Scale e Resolution Test Chart esposto dal Photographic Technology Laboratory, Houstonper verificare la resa cromatica e la risoluzione del sistema ottico prima del lancio. Numero di Camera SEB 33100102, magazine SEB 33100082-211, f/5.6 a 1/125s.
Ogni magazine dell'Apollo 11 fu testato con questa procedura, i fotogrammi di calibrazione venivano tagliati e sviluppati separatamente prima di toccare le immagini di missione.
Per noi comuni mortali, un lavoro molto rischioso da fare senza fori di trascinamento (e riferimento!), e con solamente 10 o 12 scatti nelle nostre medio formato.
Assembled panorama of 6 shots taken by Neil Armstrong on Apollo 11 shortly after landing on the Moon - Pellicola B&W Panatomic-X 80 ASA.
Apollo 11 - AS11-40-5903 - Magazine S (AS11-40) · Ektachrome EF SO-168 · colore · ASA 160 · Hasselblad EDC · Biogon 60 mm - Il ritratto di Buzz Aldrin.
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Questa fotografia è descritta nel "Diario della superficie lunare dell'Apollo 11" di Eric M. Jones come "senza dubbio la più famosa di tutte le fotografie Apollo". Scattata da Neil Armstrong con la Hasselblad Data Camera fissata alla staffa del petto, dalla posizione nei pressi della MESA, il vano di lavoro sul lato est del modulo lunare, mostra Buzz Aldrin a figura intera con il modulo lunare Eagle sullo sfondo.
Un dato tecnico che sorprende molti: questa fotografia, come tutte quelle del magazine S, è scattata su pellicola Ektachrome a colori. Il bianco e nero che vediamo nelle stampe più diffuse non è l'originale, è una desaturazione avvenuta in fase di stampa o elaborazione d'archivio.
Apollo 11 - AS11-40-5903 - Magazine S (AS11-40) · Ektachrome EF SO-168 · colore · ASA 160 · Hasselblad EDC · Biogon 60 mm - Il ritratto di Buzz Aldrin - scansione piena con le bande per i dentini di scorrimento motorizzato ai bordi
Armstrong non scelse deliberatamente l'inquadratura: la fotocamera era fissa sul petto, non c'era mirino, e il momento fu catturato "di passaggio", mentre entrambi gli astronauti erano impegnati nelle attività dell'EVA.
La MESA (Modular Equipment Stowage Assembly) era un vano sul lato esterno del modulo lunare che si apriva verso il basso durante la discesa, creando una sorta di piano di lavoro. Conteneva gli strumenti, i sacchetti per i campioni, la fotocamera Gold, e altri equipaggiamenti.
Apollo 11 - AS11-40-5877 - Magazine S (AS11-40) · Ektachrome EF SO-168 · colore · ASA 160 · Hasselblad EDC · Biogon 60 mm
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Apollo 11 - AS11-40-5877 - Magazine S (AS11-40) · Ektachrome EF SO-168 · colore · ASA 160 · Hasselblad EDC · Biogon 60 mm
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AS11-40-5880 · Magazine S · Ektachrome EF SO-168 · Hasselblad EDC · Biogon 60mm · Scattata da Aldrin Lo stivale di Buzz Aldrin sulla regolite del Mare della Tranquillità, 20 luglio 1969. Fotogramma precedente alle celebri impronte AS11-40-5877/5878. Visibili le croci fiduciali della piastra Reseau e il bordo della pellicola originale con scritta "Color Safety Film"
Le due fotografie dell'impronta dello stivale di Buzz Aldrin fanno parte della sequenza documentale sistematica prevista dalla lista di controllo dell'EVA: fotografie dell'impronta per gli esperti di meccanica del suolo lunare.
Entrambe le immagini sono a pochissima distanza l'una dall'altra come inquadratura, la differenza non è di distanza ma di posizione della fotocamera rispetto al soggetto. La AS11-40-5877 appare leggermente più nitida, con dettagli della suola più definiti. Anche queste fotografie sono scattate su pellicola Ektachrome a colori.
Apollo 11 - Immagine AS11-45-6707 - Gold Camera (ALSCC) - Kodak Stereo Camera, obiettivo M-39 | Lente 46.12 mm, f/17 fissa.
Pellicola Kodak SO-368, Ektachrome MS, invertibile a colori, ASA 64.
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Missione Apollo - AS11-43-6513 - 70mm Hasselblad con Obiettivo 250mm - Pellicola B&W Panatomic-X 80 ASA
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Apollo 11 - scatto AS11-39-5771 dalla finestra del Lunar Module dopo l'atterraggio. Obiettivo Biogon 60 mm montato sulla Hasselblad Data Camera.
Pellicola B&W Panatomic-X 80 ASA.
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Il laboratorio di Houston, sviluppare la storia
Il Photographic Technology Laboratory a Huston
Ora immaginate questa scena. Siamo tornati da una giornata di scatti, abbiamo scelto le pellicole, i soggetti, fatto le esposizioni, e non vediamo l’ora di sviluppare i nostri rullini. Siamo certi che la dentro ci siano delle foto importanti, dobbiamo quindi prestare la massima attenzione alla fase di sviluppo. Lo faremmo certamente.
Ora pensiamo alle emozioni e alla responsabilità che aveva l’uomo dietro tutto il programma fotografico delle missioni Gemini prima e Apollo dopo. Fra poco lo scopriremo.
Il ritorno della pellicola dalla Luna a Houston non era la fine del processo, ma l’inizio della fase più delicata. Prima che qualsiasi chimica toccasse quei fotogrammi, era necessario affrontare un problema inatteso: la quarantena biologica.
La preparazione pre-volo
La preparazione del laboratorio cominciava settimane prima del lancio. È Richard Underwood stesso, Chief of the Precision Photographic Laboratory, a descriverlo con precisione: tutte le apparecchiature venivano completamente smontate, revisionate e rimontate. Venivano effettuate simulazioni pre-volo per verificare sia i macchinari che la chimica. Poi, per essere assolutamente certi che nessun errore mettesse a rischio quella pellicola unica al mondo, esperti Kodak per ogni settore del processamento venivano chiamati da Rochester a verificare le preparazioni. I tecnici PTL lavoravano sette giorni su sette, dodici ore al giorno, esercitandosi in totale oscurità per padroneggiare ogni possibile scenario di sviluppo. La pellicola da 70 mm su base Estar era particolarmente critica: 2,5 mil di spessore contro i 5-7 mil della pellicola convenzionale, il che la rendeva fragile e richiedeva una gestione meccanica completamente diversa.
Anche il trasporto aveva una logistica dedicata.
Tutte le pellicole usate sull’Apollo 11 erano state prodotte da Eastman Kodak a Rochester con specifiche NASA. Prima del volo, un aereo NASA volava a Rochester per ritirare il lotto speciale e trasportarlo a Cape Kennedy, dove veniva conservato in refrigerazione fino al caricamento nei magazine. Una seconda catena del freddo analoga esisteva per le pellicole destinate al laboratorio PTL: stesso principio di controllo ambientale, stesso livello di attenzione.
La decontaminazione con ossido di etilene
Fino all’Apollo 15, quando la NASA dichiarò la Luna biologicamente sterile, ogni materiale riportato dalla superficie doveva passare per un protocollo di quarantena rigido.
Nessuno sapeva con certezza assoluta se la Luna fosse priva di agenti biologici. Le pellicole venivano interfogliate con carta speciale progettata per permettere la circolazione del gas attorno e attraverso la struttura porosa del film.
Il canister, ancora a tenuta di luce, veniva quindi posto in un’autoclave dove l’ossido di etilene completava la decontaminazione. Solo dopo questo processo, ore di attesa, e nessuna possibilità di accelerare, le pellicole potevano essere trasferite al laboratorio per il processamento chimico.
Il PTL, il laboratorio nell’edificio 8
Il Photographic Technology Laboratory si trovava nell’edificio 8 del Manned Spacecraft Center di Houston, un edificio bianco che conteneva uno dei laboratori fotografici più avanzati al mondo.
Richard W. Underwood
Progettato da John W. Holland, Chief of Technical Laboratory Branch, il PTL era dimensionato per processare pellicole in 16 mm, 35 mm e 70 mm simultaneamente ad alte velocità. L’umidità dell’ambiente era controllata con precisione per evitare qualsiasi dilatazione o contrazione della base Estar durante il processo chimico: su una pellicola di 2,5 mil, anche variazioni minime di umidità potevano causare distorsioni geometriche che avrebbero compromesso la leggibilità fotogrammetrica dei negativi.
Underwood era il custode finale di ogni fotogramma.
Ex ufficiale di marina specializzato in rilievi aerofotogrammetrici, aveva addestrato lui stesso gli astronauti all’uso delle fotocamere, superando lo scetticismo iniziale di molti direttori di volo contrari al peso aggiuntivo degli apparecchi fotografici.
Fu il primo essere umano a visionare ogni fotogramma dei programmi Gemini, Apollo, Skylab e delle prime ventitré missioni dello Space Shuttle.
Fu lui a salvare le pellicole dell’Apollo 8 pesantemente sovraesposte, recuperando immagini che altrimenti sarebbero andate perse. E fu lui a documentare con precisione chirurgica le code e i raccordi fisici applicati ai rulli, i dettagli che ancora oggi permettono l’autenticazione certa dei frammenti di pellicola effettivamente volati sulla Luna.
Un frammento di pellicola catalogato da Richard W. Underwood
La chimica ME-2A 75 e la catena dei duplicati
L’Ektachrome a colori veniva sviluppata con un processore High Speed Equipment Company usando la chimica Kodak ME-2A 75, capace di processare simultaneamente pellicole in più formati a 35 piedi al minuto.
La Panatomic-X in bianco e nero veniva sviluppata in D-19 , un rivelatore ad alto contrasto con massicce dosi di idrochinone, tradizionalmente usato per applicazioni radiografiche e scientifiche, che sull’emulsione Panatomic-X produceva acutanza elevata e massima leggibilità delle micro-strutture.
Dopo lo sviluppo, le pellicole originali non venivano più maneggiate direttamente.
Il PTL creava immediatamente un set di internegative master da 70 mm , proiettando l’originale su pellicola internegativa che diventavano il materiale di lavoro per tutte le copie successive.
Shanebrook stima che la NASA producesse circa 100 internegative per ogni missione, distribuite a Kodak, ai centri NASA e alle agenzie coinvolte.
I duplicati dei duplicati materiale di terza generazione, erano ciò che la stampa mondiale vedeva e pubblicava. La distanza tra quelle stampe e i negativi originali era enorme in termini di qualità: è esattamente questa distanza che il lavoro di Andy Saunders sulle scansioni raw da 1,3 GB ha colmato cinquant’anni dopo.
La conservazione permanente
I negativi originali dell’intero programma Apollo sono conservati nell’edificio 8 del Johnson Space Center in un congelatore a −18°C, in una sala refrigerata mantenuta a 13°C. La procedura di accesso è rigorosa: il contenitore deve equilibrarsi 24 ore in frigorifero, poi altre 24 ore a temperatura ambiente prima di essere aperto, per evitare la condensa sull’emulsione. Dopo la scansione ad alta risoluzione effettuata dall’Arizona State University, le immagini digitali sono pubblicamente disponibili. Le pellicole originali non lasciano mai l’edificio.
Apollo 15-17, il bianco e nero della Panatomic-X
AS17-140-21496: Harrison Schmitt alla Split Rock, Station 6
L'astronauta-geologo Harrison Schmitt (il primo geologo a mettere piede sulla Luna) raccoglie campioni accanto al grande masso di breccia alla Station 6, valle di Taurus-Littrow, dicembre 1972.
Magazine 140, Ektachrome EF SO-168 a 160 ASA. Scattata da Eugene Cernan. Sullo sfondo le Colline Scolpite. Il masso, rotolato per quasi un chilometro lungo il pendio del Massiccio Settentrionale prima di spezzarsi in cinque frammenti, mostra la struttura tipica delle brecce lunari mostra la struttura tipica delle brecce lunari, rocce composite formate da impatti meteoritici. Visibili le croci Reseau.
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Se l'Apollo 11 rappresenta la nascita della fotografia lunare, le missioni J di Apollo 15, 16 e 17, le sole a portare il rover lunare, ne rappresentano la maturità.
Tempi di permanenza sulla superficie fino a 22 ore, tre EVA per missione, entrambi gli astronauti equipaggiati con fotocamera, 18 rotoli di pellicola sull'Apollo 17. E soprattutto: l'uso sistematico della Panatomic-X in bianco e nero per le riprese geologiche ad alta risoluzione.
La Panatomic-X SO-164, con i suoi 170 lp/mm, catturava la texture della regolite, le striature delle rocce di breccia, le ombre lunghissime dei massi al tramonto con una definizione che la pellicola a colori non avrebbe potuto offrire. La superficie lunare in bianco e nero su Panatomic-X ha un carattere estetico inconfondibile: contrasti estremi senza gradazioni intermedie, dettagli superficiali di una nitidezza quasi metallica, e quella grana stocastica fine che il sistema visivo umano legge come presenza e volume.
La Split Rock e il panorama della Station 6 (Apollo 17)
Panorama della Station 6 dell'Apollo 17 - la Split Rock nella valle di Taurus-Littrow, dicembre 1972 - Panatomic-X
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Tra le immagini più potenti del programma Apollo in bianco e nero c'è il panorama della Station 6 dell'Apollo 17, costruito dai fotogrammi AS17-141-21575 a 21603. Scattato da Harrison Schmitt, mostra Eugene Cernan con il rover accanto alla Split Rock, un masso di breccia di diversi metri, ora diviso in cinque frammenti separati, che aveva rotolato lungo le pendici del Massiccio Settentrionale per 450 metri prima di fermarsi nella vallata di Taurus-Littrow. Sullo sfondo le Colline Scolpite, a destra il Massiccio Meridionale.
Cernan stava spingendo un gravimetro, uno strumento per misurare le variazioni di gravità sulla Luna. Quella composizione involontaria, l'astronauta con lo strumento scientifico, il masso spaccato, le colline, il cielo nero, ha la struttura di una fotografia deliberata di grande maestria, ma fu catturata in bianco e nero su Panatomic-X, senza mirino, dalla staffa del petto di Schmitt.
Il numero di fotogramma per la foto dell’impronta di stivale più famosa delle missioni successive, per confronto, è AS17-141-21593: la stessa struttura, la stessa pellicola, ma con la scala delle colline del Taurus-Littrow sullo sfondo che conferisce alle foto dell’Apollo 17 una profondità spaziale assente nell’Apollo 11.
Full Moon, Michael Light e la riscoperta degli originali
Apollo 15 - Panorama composito lunare dal libro Moon, di Michael Light
Nel 1999 il fotografo americano Michael Light pubblicò Full Moon, un volume che cambiò radicalmente la percezione pubblica della fotografia del programma Apollo.
Light aveva ottenuto accesso diretto agli archivi fotografici della NASA e lavorò con i negativi originali, non con le scansioni di seconda o terza generazione circolate per decenni nei libri divulgativi, ma con i materiali primari conservati nel congelatore dell’edificio 8 di Houston.
Un negativo dell’Apollo 17 - NASA
Il risultato fu un volume di 129 immagini selezionate dall’intero corpus delle missioni Apollo, stampate in bianco e nero a tutta pagina o su foldout panoramici. Light non colorizzò, non manipolò digitalmente, non corresse i tagli o le esposizioni difficili: rispettò la qualità intrinseca dei negativi così come erano stati prodotti, incluse le croci fiduciarie della piastra Reseau visibili su molti fotogrammi, i montaggi con le giunzioni evidenti tra un fotogramma e l’altro, le macchie di luce nei controsole. Quelle scelte editoriali rivelarono qualcosa che le pubblicazioni precedenti avevano sistematicamente nascosto: la fotografia del programma Apollo non è solo documentazione storica. È fotografia nel senso più profondo del termine.
Il grande foldout verticale con il masso in primissimo piano e il rover minuscolo in fondo alla vallata, la proporzione è vertiginosa, la textura della roccia sull’emulsione Panatomic-X porta dall’immediato primissimo piano all’infinito in un unico fotogramma. L’astronauta ridotto a puntino sul pendio del Monte Hadley Delta, Apollo 15, di James Irwin, composizione che ricorda Ansel Adams più che la documentazione spaziale. La scia luminosa del modulo di risalita su fondo nero, tempo di posa lungo: quella curva bianca sull’emulsione è la traccia fisica del movimento di un oggetto luminoso in volo. Non è un effetto. È un’impronta.
L’Earthrise in bianco e nero, presente nel volume , è forse più potente della versione a colori di Apollo 8 che tutti conoscono. Senza la distrazione cromatica rimane solo la geometria: un disco che sorge su un piano orizzontale di regolite craterizzata, due mondi in un fotogramma da 70 mm su Panatomic-X. La grana stocastica dell’emulsione, visibile nelle stampe di Light a qualsiasi ingrandimento, non è un difetto , è la firma fisica della luce lunare impressa nella gelatina argentica.
Full Moon rimane il punto di riferimento per chiunque voglia capire cosa sia davvero la fotografia analogica del programma Apollo: non immagini storiche, ma fotografie di straordinaria qualità visiva prodotte in condizioni impossibili, su emulsioni che non esistevano prima di quella missione. Il libro è disponibile nelle edizioni originali e in ristampe successive ed è, insieme ai PDF NASA citati in fondo a questo articolo, la fonte primaria più accessibile per avvicinarsi a questo patrimonio.
Quello che la pellicola ha lasciato sulla Luna
Al termine di ogni EVA, gli astronauti di Apollo eseguivano un'operazione apparentemente controintuitiva: rimuovevano i magazine di pellicola dalle fotocamere Hasselblad, li issavano con una corda fino alla cabina del modulo lunare, e poi abbandonavano i corpi macchina sulla superficie.
Lenti Zeiss di straordinaria qualità. Sistemi meccanici di straordinario valore progettati per durare… abbandonati al loro destino.
La ragione era brutalmente pratica: il carburante per il decollo era calcolato al grammo. I magazine con le pellicole esposte, il prodotto di tutta quella operazione fotografica, dovevano tornare a Terra.
I corpi macchina no.
Dodici fotocamere Hasselblad giacciono tuttora sui sei siti di atterraggio lunare, insieme ai guanti, agli stivali, ai sacchetti dei rifiuti e a centinaia di altri oggetti abbandonati per rispettare i limiti di peso.
In quegli strati di gelatina e argento conservati a −18°C a Houston c'è qualcosa che nessuna tecnologia digitale potrà mai replicare: la traccia fisica diretta della luce che rimbalzò sulla superficie della Luna il 20 luglio 1969 e viaggiò sessanta centimetri fino all'emulsione di una Hasselblad. Non una misurazione. Non un campionamento. Un'impronta.
Le fotocamere sono ancora lì.
Per approfondire: video, libri, archivi e risorse
Questa sezione raccoglie le fonti che ho trovato per questo articolo e le risorse consigliate per chi vuole andare più a fondo. Tutto il materiale elencato è verificabile e in gran parte scaricabile gratuitamente.
Video
https://www.youtube.com/watch?v=WPt51cmU-8I In questo filmato, gli astronauti della NASA Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins si dedicano alle attività di addestramento in vista della loro imminente missione di allunaggio, l'Apollo 11.
Video originale del lancio dell'Apollo 11 sulla Luna - 1969
Il punto di riferimento assoluto per il recupero fotografico dell’archivio NASA.
Saunders ha lavorato direttamente sui file raw da 1,3 GB per fotogramma ottenuti dalle scansioni originali, recuperando dettagli invisibili in cinquant’anni di stampe di seconda generazione. Astronauti come Charlie Duke (Apollo 16) e David Scott (Apollo 15) hanno dichiarato pubblicamente che le immagini di Saunders restituiscono per la prima volta quello che i loro occhi ricordavano della superficie lunare.
Sito ufficiale: apolloremastered.com
Amazon Italia:https://amzn.to/4srPbH7
Michael Light, Full Moon, Jonathan Cape / Alfred A. Knopf, 1999.
Light ha avuto accesso diretto ai negativi originali dell’archivio NASA e li ha stampati in bianco e nero a tutta pagina rispettando la qualità intrinseca dell’emulsione, incluse le croci Reseau, i montaggi con giunzioni visibili e i controsole. Il volume che ha dimostrato al grande pubblico che la fotografia del programma Apollo è fotografia nel senso più profondo del termine.
J.L. Pickering, John Bisney, Ed Hengeveld, The Apollo Photo Archive (serie), Schiffer Publishing. Collana monumentale che cataloga sistematicamente la storia visiva di ogni missione con equipaggio. Attinge all’archivio privato di Pickering, riconosciuto come la più grande collezione al mondo di immagini di voli spaziali umani americani.
Sito: retrospaceimages.com/books
J.L. Pickering e John Bisney, Picturing Apollo 11, University of New Mexico Press. Monografia sull’Apollo 11 con centinaia di fotografie non pubblicate, inclusa la documentazione dei mesi di preparazione e delle fasi di assemblaggio del Saturn V.
Archivi online
Apollo Lunar Surface Journal (Eric M. Jones, a cura di) history.nasa.gov/alsj/a11/a11.htmlTrascrizioni annotate di tutte le conversazioni sulla superficie lunare, con fotogrammi collegati al preciso istante della cronologia di missione. Fonte primaria per l’attribuzione di ogni scatto.
Apollo Image Atlas, Lunar and Planetary Institute lpi.usra.edu/resources/apollo/catalog/70mmCatalogo completo di tutti i fotogrammi Hasselblad 70 mm delle missioni Apollo, con miniature navigabili e metadati per ogni immagine.
March to the Moon, Arizona State University https://tothemoon.im-ldi.com/ Archivio delle scansioni ad alta risoluzione dei negativi originali, con documentazione tecnica completa sul processo di scansione e conservazione delle pellicole.
Apollo Flight Journal (W. David Woods et al.) https://apollojournals.org/afj/ fotografico completo per missione, con attribuzioni e contesto operativo per ogni magazine.
Apollo Remastered Archive apolloremastered.com Sito ufficiale di Andy Saunders con le immagini remaster ad alta risoluzione, incluse le versioni scaricabili per uso editoriale e didattico.
Documenti NASA scaricabili (PDF pubblici e gratuiti)
NASA NSSDC Report 70-06, Apollo 11 Lunar Photography, aprile 1970.Descrizione di ogni camera, ogni pellicola e ogni magazine dell’Apollo 11.ntrs.nasa.gov/api/citations/19720010768/downloads/19720010768.pdf
Apollo 11 Preliminary Science Report (NASA SP-214), 1969.Contiene il capitolo sulla fotografia di superficie inclusa la Gold https://ntrs.nasa.gov/api/citations/19700000726/downloads/19700000726.pdf
American Cinematographer, ottobre 1969 — numero completo dedicato ad Apollo 11.Contiene l’articolo “TLC Treatment Given Apollo 11 Photographs” sul laboratorio di sviluppo di Houston.cdn.theasc.com/AMERICAN_CINEMATOGRAPHER_VOL.50_1969_10.pdf
NASA, Astronaut Still Photography During Apollo https://www.nasa.gov/history/astronaut-still-photography-during-apollo/
Richard W. Underwood, intervista oral history, NASA JSC, ottobre https://historycollection.jsc.nasa.gov/JSCHistoryPortal/history/oral_histories/UnderwoodRW/UnderwoodRW_10-17-00.pdf
Philip Parker, Apollo 11 Hasselblad Cameras, Apollo Lunar Surface https://www.apollojournals.org/alsj/a11/a11-hass.html
Robert Shanebrook, “The Cameras and Films Behind Apollo 11”, 585 Magazine, https://585mag.com/magazines/the-cameras-and-films-behind-apollo-11/
Andy Saunders, “One Giant Leap — Remastering high-resolution images of NASA’s race to the Moon”, EMULSIVE, luglio https://emulsive.org/articles/projects/one-giant-leap-remastering-high-resolution-images-of-nasas-race-to-the-moon
Caratteristiche delle pellicole aeree Kodak (datasheet tecnico ufficiale) https://www.kodak.com/content/pdfs/amc/Specifications-and-Characteristics-of-KODAK-Aerial-Films-datasheet-EN.pdf
Spotmeter Minolta 1° automatico Apollo 11, National Air and Space https://airandspace.si.edu/collection-objects/spotmeter-1-degree-automatic-apollo-11/nasm_A19980022000
Thomas P. Hansen, Guide to Lunar Orbiter Photographs, NASA SP-242, Langley Research Center, 1970.Documentazione tecnica primaria del sistema fotografico Lunar Orbiter: schemi del sottosistema fotografico, del readout scanner BIMAT, del formato pellicola SO-243 e delle procedure di ricostruzione a terra dei framelets. Fonte primaria NASA.Disponibile su NASA Technical Reports Server: https://ntrs.nasa.gov/api/citations/19710026703/downloads/19710026703.pdf
Albert J. Derr, Photography Equipment and Techniques - A Survey of NASA Developments, NASA SP-5099, 1972.Documentazione sulle modifiche Hasselblad dal programma Mercury all’Apollo, le pellicole usate, le tecniche di ripresa e i sistemi di laboratorio NASA https://tothemoon.im-ldi.com/files/apollo/apollo_photography_equipment_and_techniques.pdf
P. F. Bourque (Technicolor Graphic Services), Apollo 16 Photographic Standards Documentation, NASA Technical Reports, 1975.Documentazione delle attività del Precision Processing Laboratory: procedure pre-volo, gestione pellicole all’arrivo a Houston, sviluppo e catena dei duplicati. https://ntrs.nasa.gov/api/citations/19750007872/downloads/19750007872.pdf